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n. 4
luglio/agosto 2013

 

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Dalla conversione alla testimonianza
La vita religiosa come “luogo” di evangelizzazione nuova

 di Fratel Enzo Biemmi

 

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Intendo proporvi una riflessione sulla nuova evangelizzazione alla luce del Sinodo dei vescovi tenutosi a Roma nel mese di ottobre 2012, una riflessione filtrata dalla mia sensibilità. Articolo la mia proposta in quattro passaggi: le rappresentazioni di “evangelizzazione” emerse tra i partecipanti; le “conversioni” avvenute durante il Sinodo; la vita religiosa come “luogo” di evangelizzazione; tre tratti dello stile di nuova evangelizzazione.

 

Tre rappresentazioni di evangelizzazione

Il Sinodo dei vescovi è stata un’assemblea di Chiesa di respiro continentale. Essa va guardata prima di tutto da questo punto di vista: un formidabile spazio di ascolto, di racconti, di condivisione di esperienze diversificate. Sono emerse diagnosi differenti sulla cultura attuale e visioni diverse di Chiesa. È stato un laboratorio di educazione alla complessità e alla parzialità dei differenti punti di vista. E non è stato difficile riconoscere rappresentazioni diverse sull’evangelizzazione e sulle condizioni che la possono rendere nuova. Ne segnalo tre, che ci aiutano a pensare.

 

L’evangelizzazione
come testimonianza personale della fede

Un piccolo aneddoto è più eloquente di qualsiasi spiegazione. La prima sera del Sinodo, a tavola, avviene un dialogo animato tra un laico messicano, fondatore di un movimento che si occupa di formare i nuovi evangelizzatori, e una signora francese impegnata in un’associazione per l’evangelizzazione della famiglia. «Ho un sogno - le spiega il laico -. Sogno che questo Sinodo non sia un dibattito sul tema e non si chiuda con un documento. Sogno che usciamo tutti nella piazza san Pietro e nei sobborghi della città di Roma, annunciamo Gesù Cristo e in queste tre settimane convertiamo tremila romani».

Come si può notare si tratta di un immaginario di evangelizzazione che poggia tutto su due perni: l’esperienza soggettiva del testimone e la fiducia intrinseca nella Parola che egli annuncia. Si tratta spesso di un neoconvertito o comunque di una persona protagonista di una forte esperienza spirituale. L’annuncio viene a coincidere con l’esperienza di fede vissuta dal testimone e viene fatto a prescindere dalle persone alle quali ci si rivolge, che siano tremila romani o tremila esquimesi è lo stesso. Niente a che fare con tutte le attenzioni al destinatario che noi, da anni, abbiamo messo in atto nella catechesi, la catechesi antropologica o esperienziale. È forte l’impatto testimoniale, perché il soggetto è totalmente implicato nelle parole che pronuncia. L’entusiasmo e la fiducia connotano questa rappresentazione.

 

L’evangelizzazione
come riaffermazione del deposito della fede

Se la prima concezione di evangelizzazione poggia sull’esperienza soggettiva della fede, la seconda è tutta concentrata sul suo lato oggettivo. È una posizione che in genere parte da una diagnosi negativa della cultura attuale, la quale, allontanandosi dal cristianesimo, andrebbe verso la sua progressiva disumanizzazione. L’insuccesso attuale dell’evangelizzazione è attribuito almeno in parte alla catechesi post-conciliare, troppo attenta a rispondere alle esigenze delle persone e poco rigorosa nel presentare il messaggio cristiano nella sua organicità e completezza. Per superare il gap tra la cultura e la fede è necessario tornare a proclamare con chiarezza e forza la verità e i valori ad essa connessi (i dogmi e la morale). Come si può notare, in questa prospettiva (come nella prima) non è messo in atto un reale ascolto della cultura e dei destinatari, ma resta in ombra anche l’implicazione della testimonianza personale della fede. Il perno dell’evangelizzazione è la trasmissione del deposito della fede, preoccupazione così forte da non lasciare più percepire quanto questo “deposito” tocchi la vita di colui che lo annuncia.

 

L’evangelizzazione come inculturazione

La terza rappresentazione può essere riassunta nel termine inculturazione. È provenuta dall’apporto non solo dei continenti come l’Africa, l’Asia e l’America Latina, ma anche dall’Europa, soprattutto dal centro-nord Europa. L’invito che arriva da vescovi che vivono in una cultura segnata dalla laicizzazione delle istituzioni e dalla secolarizzazione della mentalità è di portare uno sguardo di speranza sul mondo e di non pensare che una cultura secolarizzata sia meno adatta al Vangelo di una cultura sociologicamente cristiana. Che significa annunciare il Vangelo in questa situazione? L’evangelizzazione appare come un processo complesso di assunzione non ingenua di alcuni elementi culturali per un annuncio udibile, credibile, pensabile.

Questo richiede un ripensamento del Vangelo stesso (il Vangelo di sempre, ma sempre ricompreso dalla comunità che lo annuncia), una sua nuova riformulazione e un suo rinnovato annuncio. In questo caso è il termine “dialogo” a prevalere: un dare e un ricevere che arricchiscono sia il testimone che colui che ascolta la Parola. Questa posizione rende l’atto di evangelizzazione più complesso, richiede una reinterpretazione sia del soggetto che annuncia, sia del contenuto annunciato. Fa del destinatario non solo l’oggetto di un’azione ecclesiale, ma il soggetto che in qualche modo contribuisce a dare forma alla stessa evangelizzazione. Avviene in uno spazio di “debolezza” e di libertà.

Tutte e tre le posizioni vanno ascoltate per quanto richiamano di essenziale. Senza l’implicazione del testimone non c’è annuncio che raggiunga il cuore delle persone; senza fedeltà alla tradizione non si annuncia il Vangelo, ma se stessi; senza mediazione culturale il Vangelo non sarà sentito né come “bella notizia”, né come “appello alla conversione” da parte di nessuno.

 

Tre conversioni per una evangelizzazione nuova

Un secondo aspetto riguarda il senso attribuito al termine “nuova”. La questione di fondo mi pare la seguente: cosa può rendere veramente “nuova” l’evangelizzazione? Come dobbiamo diventare nuovi noi (i testimoni) perché l’evangelizzazione diventi nuova? Nel corso del Sinodo sono avvenuti su questo punto tre spostamenti, tre conversioni di prospettiva che delineano le condizioni stesse della novità dell’evangelizzazione.

 

Evangelizzazione nuova
come ritorno al Vangelo

Il risultato più consistente e maggiormente condiviso del Sinodo è stato il superamento di una concezione strumentale: pensare cioè che il rinnovamento dell’evangelizzazione consiste nel cambiamento dei metodi e delle strategie o anche di un semplice rinnovato impegno da parte degli evangelizzatori. Se le parole della Chiesa non passano nell’attuale contesto non è primariamente perché le persone non capiscono o sono più cattive di quelle di altri tempi; né perché i metodi di evangelizzazione sono superati (lo sono, ma è una questione seconda), ma perché le parole del Vangelo non parlano più alla Chiesa stessa. La crisi della comunicazione della fede rinvia la Chiesa ad un rinnovato ascolto. Il problema dell’evangelizzazione non è un problema catechistico, ma ecclesiologico.

Benedetto XVI aveva utilizzato il termine “tattica” per evitare ogni fraintendimento: «Non si tratta qui di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di deporre tutto ciò che è soltanto tattica e di cercare la piena sincerità… portando la fede alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità è convenzione e abitudine» (Discorso ai cattolici impegnati nella Chiesa e nella società, viaggio in Germania, 25 settembre 2011).

In questa prospettiva la crisi dell’evangelizzazione e l’esigenza che torni “nuova” inviano decisamente nella direzione di una verifica della fede  della Chiesa stessa. Il Sinodo ha indicato chiaramente questo senso di nuova evangelizzazione attraverso l’appello alla conversione, di tutti e di ciascuno dei suoi membri. E ha ricuperato il termine “santità”. La nuova evangelizzazione postula un rinnovamento della Chiesa, un anno della fede per lei. «Sentiamo sinceramente di dover convertire anzitutto noi stessi alla potenza di Cristo, che solo è capace di fare nuove tutte le cose, le nostre povere esistenze anzitutto. Con umiltà dobbiamo riconoscere che le povertà e le debolezze dei discepoli di Gesù, specialmente dei suoi ministri, pesano sulla credibilità della missione» (Messaggio, 5).

 

Evangelizzazione nuova
come riforma della Chiesa

Ma ci potrebbe essere un rischio, quello di ridurre la conversione a una questione individuale e di non saperla coraggiosamente estendere alla figura di Chiesa, al modo con il quale essa sta al mondo. Il ricupero di spiritualità (l’evangelizzazione come auto evangelizzazione) non deve condurre dunque ad una scorciatoia spiritualista.

Occorre riconoscere che all’interno del Sinodo è stata data una risposta prevalentemente personale e spirituale: l’appello alla conversione dei singoli membri. La richiesta di “riforma” si è semplificata in una risposta personale di “conversione”. Che questo sia un aspetto decisivo della questione, nessuno lo mette in dubbio. Non va dimenticata, però, l’altra faccia della questione, quella ricordata da Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi e richiamata da alcuni Padri sinodali: la Chiesa ha continuo bisogno di essere evangelizzata ed è evangelizzatrice non solo con quello che dice, ma nel suo modo di vivere, di organizzarsi, di esercitare l’autorità, di utilizzare le proprie risorse umane ed economiche, di valorizzare al suo interno i differenti carismi e ministeri, di stabilire le relazioni, di giudicare la cultura e di entrare in dialogo con le donne e gli uomini di oggi, di sentirsi una “Chiesa nel mondo contemporaneo” e non una Chiesa “di fronte” al mondo contemporaneo… La “conversione” spirituale soggettiva deve anche coraggiosamente diventare “riforma strutturale”, perché il Vangelo sia comunicato dalla Chiesa in maniera coerente sia dalle sue parole sia dalla figura che essa si dà nella storia.

Ciò che fa ostacolo al Vangelo nella gente, credenti compresi, non è la fragilità delle singole persone, dei preti o dei vescovi o dei cristiani. L’ostacolo più grosso viene dalle strutture ecclesiali, dai suoi funzionamenti interni. Vale la pena ricordare qui una affermazione chiave dell’Enciclica Ut unum sint di Giovanni Paolo II del 1995: «Nel magistero del Concilio vi è un chiaro nesso tra rinnovamento, conversione e riforma. Esso afferma: “La Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui essa stessa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno…”» (n. 9). Il nesso rinnovamento-conversione-riforma risulta determinante perché la Chiesa sia “sacramento”, cioè segno e strumento. Nel nostro caso, il rinnovamento dell’evangelizzazione (“nuova”) richiede innanzitutto la conversione dei singoli credenti (auto evangelizzazione) e prende corpo come riforma della figura di Chiesa, affinché tutto in essa parli del Vangelo, affinché le parole siano visibili nella forma di vita e il modo di vivere sia esplicitato nelle parole. Non è altro che la conseguenza per la Chiesa dello stesso stile di Dio: «Eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto» (Dei Verbum, 2).

Gli osservatori più attenti hanno interpretato il senso delle dimissioni di Benedetto XVI proprio come un invito forte per la Chiesa ad intraprendere non solo il cammino della conversione personale, ma anche della riforma delle proprie strutture.

 

Evangelizzazione nuova
nel segno della reciprocità

Nel Sinodo è emerso un terzo senso della novità dell’evangelizzazione in quanto nuova. Potremmo inconsapevolmente pensare che noi abbiamo il Vangelo e il problema sia quello di farlo passare agli altri. Si pone qui la delicata questione del rapporto con le culture: lo sguardo che la Chiesa porta sulla cultura e il processo d’inculturazione che mette in atto. Una delle evoluzioni avvenute all’interno del Sinodo è stata questa: il passaggio da una Chiesa che sta alla finestra della storia, la giudica e ne stabilisce la terapia, a una Chiesa che sta dentro la storia come compagna di viaggio, pronta a mettere a disposizione il dono del Vangelo, ma altrettanto pronta a ricevere una parola di Vangelo che il Signore riserva per lei nelle donne e negli uomini di oggi, credenti o meno.

Questo senso della reciprocità è basato sulla convinzione che Dio agisce attraverso la Chiesa come via canonica, ma non lascia circoscrivere il suo amore nei confini della Chiesa stessa. In modo misterioso, ma potente lo Spirito è stato effuso in tutti i cuori. È il ricupero della prospettiva di Gaudium et Spes: la Chiesa ha tanto da dare ma anche da ricevere. Onorare questa prospettiva significa comprendere da parte della Chiesa quanto la cultura sia non solo oggetto di evangelizzazione, ma contenga in se stessa, grazie all’azione dello Spirito che la precede, una parola di Vangelo per lei.

Avviene un reale dialogo, nel quale la Chiesa si appoggia alla cultura, ad alcuni suoi elementi e grazie a questi rivede se stessa e ricomprende il Vangelo in modo diverso e quindi impara a viverlo in modo differente, a pensarlo e a proporlo in maniera inedita. Il Vangelo di sempre, ma veramente “nuovo”. Infatti solo se la fede si appoggia su alcuni elementi della propria cultura può ripensarsi, riformularsi, rendersi plausibile e ragionevole, culturalmente vivibile. Appoggiandosi così alla cultura per rendere ragione di se stessa, la fede “salva” la cultura (la integra nel dinamismo della salvezza) e si situa essa stessa come possibile e desiderabile nel proprio contesto.

Questa concezione nel rapporto con la cultura è stata recepita nel Messaggio: «Questo sereno coraggio sostiene anche il nostro sguardo sul mondo contemporaneo. Non ci sentiamo intimoriti dalle condizioni dei tempi che viviamo. Il nostro è un mondo colmo di contraddizioni e di sfide, ma resta creazione di Dio, ferita sì dal male, ma pur sempre il mondo che Dio ama, terreno suo, in cui può essere rinnovata la semina della Parola perché torni a fare frutto. Non c’è spazio per il pessimismo nelle menti e nei cuori di coloro che sanno che il loro Signore ha vinto la morte e che il suo Spirito opera con potenza nella storia» (Messaggio, 6).

Queste tre conversioni di mentalità (ritorno al Vangelo, riforma della Chiesa, dialogo con la cultura in un atteggiamento di reciprocità) possono rendere veramente nuova l’evangelizzazione. Esse sono più preziose di un ricettario dell’agire pastorale. La domanda seria: Che cosa dobbiamo fare per evangelizzare? scava qui nel profondo la sua risposta: chi vogliamo essere?

L’evangelizzazione è nuova nella misura in cui parte da un rinnovato ascolto del Vangelo (conversione), riformula il volto della Chiesa in modo che diventi icona del Vangelo (riforma), porta a stare volentieri e in modo dialogale dentro la nostra storia e la nostra cultura (inculturazione).

 

La vita religiosa come “luogo” di evangelizzazione nuova

Operate queste tre spiegazioni diventa più chiaro che è primario nell’evangelizzazione non tanto le parole esplicite annunciate, ma la testimonianza personale e comunitaria messa in atto. Questa è la domanda decisiva: non cosa fare di nuovo, ma come essere in se stessi luoghi e spazi di Vangelo. Possiamo allora introdurre la nozione di vita religiosa come “luogo” di evangelizzazione. A questo proposito ci viene una indicazione preziosa (una vera sorpresa) già dal Messaggio del Sinodo, al numero 7.

Il testo, dopo i primi 6 numeri di introduzione, fa entrare in maniera sorprendente in scena, ponendoli a specchio, i due “luoghi” (così sono definiti) in cui il Vangelo si manifesta, prende corpo, si dona: la vita nella famiglia e la vita consacrata. La vita familiare è definita come il luogo in cui il Vangelo entra nella quotidianità e mostra la sua capacità di trasfigurarne il vissuto nell’orizzonte dell’amore. Questo avviene certo, dice il testo, attraverso gesti tipicamente cristiani (segni della fede, prime verità, preghiera), ma soprattutto attraverso l’esperienza dell’amore dato e ricevuto. Se la vita familiare è il “luogo primo” di esperienza ordinaria del Vangelo, il secondo è quel luogo complementare che mostra in anticipo il compimento del cammino della vita e “relativizza” (rende relative alla comunione finale con Dio) tutte le esperienze umane, anche quelle più riuscite (“segno di un mondo futuro che relativizza ogni bene di questo mondo”, dice il testo).

È importante che famiglia e vita consacrata siano definiti “luoghi” e non come agenti, cioè spazi di esperienza: fanno sperimentare il Vangelo come esperienza e come promessa. Prima di essere luoghi in cui se ne parla, sono luoghi in cui si vive la grazia del Vangelo con due sottolineature complementari e inscindibili. Verrebbe da dire che solo due cose sono necessarie per scoprire il Vangelo: venire al mondo dentro una famiglia che lo vive; avere il dono della testimonianza di quelle altre persone e famiglie che ne segnalano il compimento, non fuori i limiti della storia, ma all’interno di essi.

In questa feconda prospettiva proviamo ora a precisare in quale senso la vita religiosa possa essere luogo di evangelizzazione nuova. Indico tre tratti che ci possono specificare, per essere “luoghi” di evangelizzazione.

 

Custodire un’assenza

Diventiamo “luogo” quando assicuriamo per noi e a favore di tutti lo spazio della cura di Dio. Custodiamo un’assenza, perché impediamo che tutto il tempo sia pieno di cose, di attività, di parole. Proteggiamo lo spazio vuoto, incavo, dell’attesa. Nelle comunità religiose è sempre avvento, attesa di colui che continuamente ci viene incontro. L’immagine delle lampade accese è adeguata. Siamo luoghi di Vangelo, per noi e per tutti, quando siamo donne e uomini di desiderio. Il termine desiderio, secondo Galimberti, viene dal De bello gallico. I desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle ad aspettare quelli che, dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. La radice è sidera, stelle. Da qui il significato

del verbo desiderare: stare sotto le stelle ed attendere. Il desiderio è l’attesa di un incontro, di un ricongiungimento, di una relazione.

L’espressione “primato di Dio” è da noi la più utilizzata, ma forse inadeguata, come l’altra della radicalità. Ogni forma di vita cristiana ha nel suo centro il primato di Dio. Ci possiamo congedare da ogni schema tra ministeri e carismi nell’ordine del “più” e del “meno”, del minimo indispensabile e del radicale. Il peggior servizio che possiamo fare alla vita religiosa è di collocarla nella linea del “più”: “più da vicino, più radicalmente…”. Abbiamo bisogno, a questo proposito, di una nuova teologia della vita religiosa. Il nostro specifico è di vivere la vita cristiana come tutti i discepoli del Signore, evidenziandone una dimensione: quella relativa al desiderio, all’attesa, alla cura dell’interiorità, alla contemplazione.

La vita religiosa offre la novità del Vangelo quando protegge la vita dall’intasamento delle cose e delle abitudini e la tiene aperta al dono che sempre le viene incontro e che solo la rende vita piena. Ecco perché è essenziale che i nostri ritmi di vita, gli ambienti delle nostre comunità, tutte le nostre attività diventino spazi di custodia di una assenza.

 

Segnare una differenza

Questa seconda dimensione riguarda la possibilità di sperimentare e di far sperimentare nella vita religiosa la differenza cristiana, come dice Enzo Bianchi.1 Riguarda uno stile di vita sobrio, che si basa sull’essenziale, che si protegge dal superfluo, che vive nella povertà evangelica. È una conseguenza del punto precedente. Si sta in attesa e si manifesta durante l’attesa che solo Dio riempie la nostra vita, lui solo è all’altezza del nostro desiderio. Anche il celibato per il Regno e l’obbedienza mostrano la differenza cristiana. Questo è un segno quanto mai eloquente in un mondo che torna a cercare ciò che è essenziale. Va nella linea di quella “ecologia della persona” di cui ha parlato il Papa Benedetto XVI.2 Non possono essere le cose a dare senso alla nostra vita.

 

Mostrare una promessa

Il terzo tratto riguarda la fraternità. Noi diventiamo luogo di evangelizzazione nuova se mostriamo che sappiamo vivere insieme, cioè se già da ora mostriamo quello che sarà il mondo nel sogno di Dio, un mondo di figli e fratelli. In questo senso la vita di fraternità è custodia di una promessa. La fraternità reale che stabiliamo senza sceglierci è luogo per vivere di una promessa e quindi diviene speranza per tutti. Il convivere nella vita religiosa non è per scelta, ma per chiamata. Veniamo da storie diverse, da formazioni e sensibilità diverse, abbiamo caratteri diversi, siamo tutti segnati da limiti, difetti, piccole manie. Siamo semplicemente umani. La composizione ormai internazionale delle nostre comunità

aumenta la posta in gioco. La perfezione delle relazioni non sarà mai raggiunta nelle nostre comunità, ma questa è la ferita del segno, il luogo pasquale della testimonianza. Siamo chiamati non a testimoniare l’armonia del paradiso terrestre prima del peccato originale, ma la convivenza dentro i limiti, le differenze, le fragilità, le povertà individuali e collettive. Le nostre comunità, sempre più multietniche, sono un formidabile laboratorio di questa fraternità della differenza. Non siamo chiamati a mostrare comunità ideali, ma comunità umane, luoghi di accoglienza e rielaborazione dei limiti. È così che si è profeti nella storia.

 

La nuova evangelizzazione come stile

Ma c’è un altro punto che mi pare importante: quello dello stile con il quale si evangelizza, perché conta il modo e non solo il contenuto. Potremmo dire che non basta evangelizzare, ma bisogna evangelizzare in modo evangelico. La fede cristiana ha un suo stile dal quale non deve abdicare neppure per essere più efficace. Questo appello è venuto in modo esplicito da alcuni Padri. Lo stile è una questione di spiritualità e abbiamo più che mai bisogno in questo momento di una spiritualità dell’evangelizzazione. Segnalo tre tratti dello stile che vanno salvaguardati nel compito dell’evangelizzazione.3

 

Vedere Dio in tutte le cose

L’espressione è di sant’Ignazio di Loyola. Vedere Dio in tutte le cose significa vedere che egli agisce in tutti i cuori. I cristiani hanno occhi per vedere dove Dio agisce al di là di tutti i circuiti ecclesiali. Il tema del Sinodo (“nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede”) è stato a buon diritto considerato inadeguato da alcuni Padri sinodali. Noi non trasmettiamo la fede, hanno detto. Solo il Signore Gesù la comunica e il suo Spirito è l’unico evangelizzatore competente. Noi ci mettiamo a disposizione di un processo che non ci appartiene, sul quale non abbiamo il controllo.

L’icona biblica di Filippo e l’eunuco, evocata nel Sinodo, è quanto mai istruttiva. Quando Filippo sale sul carro scopre che è già stato preceduto dallo stesso Spirito che lo ha mandato e che egli, Filippo, incontra nell’inquietudine di quell’uomo e nel testo della Scrittura dal quale l’eunuco è stato attirato. Lo Spirito ha una falcata (un passo) di vantaggio sulla Chiesa, come gli Atti degli Apostoli in modo inequivocabile documentano. È sempre più in là. È bello dunque interpretare l’evangelizzazione come una azione di riconoscimento, di rivelazione e di svelamento.

L’evangelizzatore “riconosce” Dio già presente. Il destinatario dell’annuncio si scopre abitato e custodito da una Presenza (“svelamento”), grazie alla testimonianza dell’evangelizzatore e al dono delle Scritture (“rivelazione”). In questo gioco di riconoscimento-rivelazione-svelamento avviene il miracolo di una evangelizzazione vicendevole. In fondo si tratta di far scoprire che il dono di Dio è già nel cuore di queste persone, in modo che possano, come Giacobbe, svegliarsi dal sonno e dire: «Il Signore era qui e io non lo sapevo!» (Gen 28,16).

 

Solo l’amare basta

La parola decisiva del Vangelo, la più convincente, è la carità. È anche l’obiettivo ultimo della Chiesa: inserirsi nella corrente dell’amore di Dio per l’umanità. Il terreno dell’amore è la parola ultima del Vangelo. Vale la pena richiamare un testo di madre Teresa di Calcutta: «Il nostro proposito è di portare Gesù e il suo amore ai più poveri tra i poveri, indipendentemente dalla loro estrazione morale o dalla fede che professano. Il nostro metro per soccorrerli non è la loro fede, ma il loro bisogno. Noi non tentiamo mai di convertire al cristianesimo quelli che aiutiamo, ma nella nostra azione portiamo testimonianza della presenza d’amore di Dio, e se per questo, cattolici, protestanti, buddisti o agnostici diventano uomini migliori - semplicemente migliori – siamo soddisfatti. Crescendo nell’amore saranno più vicini a Dio e lo troveranno nella sua bontà... Alcuni lo chiamano Ishwar, altri lo chiamano Allah, altri semplicemente Dio, ma tutti dobbiamo renderci conto che è lui che ci ha fatti per cose più grandi: per amare e per essere amati. Ciò che conta è amare».

Ci troviamo qui nel campo della profezia. Siamo un passo più avanti del compito di evangelizzazione, o meglio, siamo nell’esito finale dell’evangelizzazione. Siamo già profeticamente nel futuro di Dio, dove tutte le religioni avranno terminato il loro compito e con esse anche la Chiesa. La fede infatti passa, e anche la speranza. Solo la carità rimane. In genere pensiamo che la carità sia il passo preliminare per preparare il terreno dell’annuncio, sia una specie di preevangelizzazione. Essa è anche e soprattutto l’obiettivo ultimo dell’evangelizzazione, il suo esito finale. La carità basta, perché la carità è Dio.

 

Il più grande atto di amore

Perché allora annunciare il Vangelo? Proprio perché è il più grande atto di amore che possiamo fare. È nota l’affermazione di Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi, richiamata dall’Instrumentum Laboris: «Non sarà inutile che ciascun cristiano e ciascun evangelizzatore approfondisca nella preghiera questo pensiero: gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunziamo loro il Vangelo; ma potremo noi salvarci se, per negligenza, per paura, per vergogna - ciò che san Paolo chiamava “arrossire del Vangelo” - o in conseguenza di idee false, trascuriamo di annunziarlo?» (n. 80).

Una buona interpretazione di questo testo è la seguente: Dio può salvare e salva al di là del nostro annuncio; ma se noi non annunciamo, potremo essere salvi? Non nel senso che non evangelizzando manchiamo a un dovere, ma nel senso che il nostro non evangelizzare manifesta che per noi il Signore Gesù non è il bene più prezioso. E allora è legittima la domanda sulla nostra salvezza. L’amore è dare agli altri la cosa più preziosa. È un’altra prospettiva dell’evangelizzazione, davvero nuova: né per necessità (Dio è generoso, sa come salvare tutti), né per dovere, ma per eccesso di gioia e di gratitudine per quello che siamo diventati per grazia. Ciò che motiva l’evangelizzazione e la rende nuova, in fin dei conti, è il suo scaturire non dalla necessità di salvare, né dal dovere di farlo, ma da un’intrinseca “necessità”: la gioia di donare quanto abbiamo di più prezioso.

La vita religiosa si è sempre posta su questo crinale, dell’annuncio implicito e inequivocabile dell’amore che basta a se stesso; dell’annuncio esplicito come atto massimo di carità, come condivisione di ciò che abbiamo di più prezioso, perché la nostra gioia sia piena (1Gv 1,1-4). La carità come Parola a tutti comprensibile; la Parola come massimo della carità. Lo ricordava la Novo millennio ineunte: «La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole» (n. 50).

Nel Sinodo sono risuonate spesso due parole: umiltà e carità. Alcuni vescovi, in particolare quelli di area orientale o che si trovano a guidare delle Chiese in forte minoranza, hanno invitato a essere una Chiesa più umile. L’umiltà ha due facce: quella della consapevolezza dei propri limiti; quella che nasce dalla convinzione che non siamo proprietari del Vangelo, ma solo servi, e che l’unico che apre i cuori è lo Spirito Santo. La carità è l’amore per l’uomo, la passione e la compassione per tutte le persone. Umiltà e carità mi sembrano proprio le due coordinate della nuova evangelizzazione.

 

1. E. BIANCHI, La differenza cristiana, Einaudi, Torino 2006.

2. «Accanto all'ecologia della natura c'è dunque un'ecologia che potremmo dire “umana”, la quale a sua volta richiede un”‘ecologia sociale”» (BENEDETTO XVI, La persona umana, cuore della pace, Messaggio per la celebrazione della XL giornata mondiale della pace, 2007).

3. Questi tre tratti sono debitori della stimolante riflessione del catecheta gesuita belga André Fossion, che ha riflettuto a più riprese sulla ricerca di una spiritualità dell’evangelizzazione. Particolarmente stimolante è stata una sua recente conferenza tenuta alla Facoltà teologica di Milano dal titolo Annonce et pro position de la foi aujourd’hui. Enjeux et défis. Seguo fondamentalmente le sue intuizioni.

fratel Enzo Biemmi fsf
Teologo
Via Fontana di sopra, 3
37129 Verona

 

 

 

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